Se la facciata, fin qui presentata, dell’età barocca è parsa maestosa, scenografica e scintillante, ebbene questa nascondeva almeno in parte un mondo altro, animato da una umanità marginale, fatta di ambulanti, cavadenti, “azzeccagarbugli”, usurai, lavoranti a giornata, mercanti giunti dal contado, imbroglioni e nullafacenti, orfani abbandonati a centinaia, che si arrabattavano per il vivere quotidiano. E se questo spaccato sociale è sempre esistito, è solo nel Seicento che entra stabilmente tra i soggetti più amati dai pittori e dai loro committenti e collezionisti, che lo indagano con occhio indulgente e perfino compiaciuto.
Vale la descrizione che di quell’ambiente brulicante dava il medico e intellettuale Giulio Mancini: “Molti Franzesi e Fiamenghi che vanno e vengono non li si può dar regola”. Questi nuovi generi pittorici e queste tematiche emergenti erano in ogni caso uno dei lasciti della rivoluzione caravaggesca e dei caravaggeschi, i quali avevano in molti casi vissuto fino in fondo gli ambienti frequentati da poveri emarginati, da prostitute e da libertini, facendone spesso modelli per i loro quadri, sia come attori impegnati a recitare scene a loro estranee, sia trasferendoli sulla tela nei loro ruoli abituali. Così ci appaiono nell’opera dipinta da Nicolas Tournier Concerto, o in quella di Hendrick Terbruggen, dove il vino, il pane e la musica sono strumenti di facili corteggiamenti per soddisfare piaceri subitanei. L’esuberanza di questi giovani pittori è ben messa in luce dal volto, che diremmo bohemien, del Ritratto di giovane, dipinto da Simon Vouet nel quadro di Arles, i cui lineamenti potrebbero appartenere allo stesso pittore o al fratello Aubin.
Una pittura impressionistica che restituisce l’illusione del movimento; l’espressione viva e intensa, di una parola pronunciata o attesa, che stabilisce un rapporto cruciale con lo spettatore. O ancora dal fotogramma del giovane Suonatore di flauto capolavoro di Nicolas Tournier, dove un giovane musico distoglie per un istante la sua attenzione dall’esecuzione musicale perché attratto da una fonte luminosa proveniente da sinistra. Salvator Rosa, con la consueta acrimonia, avrebbe sferzato nei suoi scritti i cosiddetti bamboccianti, la loro arte e, soprattutto, i loro protettori e collezionisti, bollati per la loro ipocrisia poiché così generosi nell’assecondare i propri lussi e piaceri, quanto avari di carità e pietà verso i reietti protagonisti dei quadri che collezionano: “quel ch’aborriscon vivo aman dipinto”. Pittore di magie e di stregonerie, Rosa racconta il lato oscuro dell’animo umano. Stregonerie, qui in mostra, è l’esemplare della collezione Corsini di Firenze, dipinto per Bartolomeo Corsini nel 1655, nel quale il pittore recupera tematiche letterarie già affrontate in precedenza, a testimonianza del suo genio poliedrico. Quell’esser pittore, musicista, filosofo e intellettuale, gli aveva inoculato il veleno del male di vivere.