Tempus fugit. Il tempo della vita fugge ed è soggetto al mutare della fortuna, che governa le sorti dell’uomo e del mondo, come viene rappresentata da Guido Reni o da Bernardino Mei.
Il concetto di tempo nel Seicento si lega alla meditazione sulle sorti umane, al movimento e alla sua misurabilità scientifica; alla vanitas, alla caducità della bellezza e della gioventù. Misurare il tempo è un modo per cercare di governarlo, con l’illusione di trattenerlo, ma è anche il tentativo di interpretarlo, di comprendere la sequenza degli avvenimenti della storia individuale e universale.
Con ogni mezzo dunque, e quasi nello stesso instante in cui gli esseri umani sembrano divorati dal tempo, cercano di opporsi a questo dominio, interpretandone i mutamenti, le stagioni dell’anno e della vita, opponendo al vecchio con la falce in mano l’amore, la ragione e la speranza. Dominare il tempo sembra uno degli aspetti peculiari della riflessione barocca, che ricorre al racconto poetico, alla scienza, all’astrologia, fino ad arrivare alla progettazione di meccanismi in grado di misurarlo. Gli orologi meccanici. Gli orologi con automi dalle forme esotiche – ricercati tesori delle Wunderkammer, nella cui produzione eccellono soprattutto gli atelier di Augsburg – sembrano “trattenere” il tempo trasportandolo in una dimensione eterna e favolosa.
A condurre il tempo sono le fasi lunari e i moti degli astri, per il cui calcolo il filosofo gesuita Athanasius Kircher aveva realizzato lo Sciatericon: una sorta di calendario del cosmo, illustrato su quattro tavole di ardesia.
Nel secolo nel quale si dà del tempo una definizione di movimento, si sviluppa la scienza ottica: guardare, contemplare, conoscere direttamente il moto delle cose e della vita.
E’ la rivoluzione galileiana. Per indagare il movimento degli astri e i cieli infiniti, si diffondono i cannocchiali galileiani, ideati con uno schema ottico di piani per l’osservazione ingrandita dei
corpi celesti. E se questi vengono scrutati con un sistema di lenti che li rendono concreti alla vista, anche le immagini della terra possono dare luogo a deformazioni illusorie, le anamorfosi, tali da essere distinguibili solo mediante uno specchio cilindrico o una precisa prospettiva.
Per Tommaso Campanella, Dio si manifesta negli astri come pure nelle piccole cose del grande libro del creato.
Ecco i trionfi di natura in posa, che nascondono codificati valori simbolici, congiungendo il visibile rappresentato all’invisibile assente. La natura viva, immobile, silente delle “nature morte” cela un verismo mimetico e illusionistico, ma oltremodo evocativo, come i cristalli e gli argenti di Christian Berentz, dipinti, come i fiori di Strozzi, i fiori e frutti che tracimano dai vasi nel dipinto di Abraham Brueghel, le cacciagioni di Recco. Essi testimoniano il piacere della vita, il desiderio e il godimento dei sensi prima che sia tardi. Le cose divengono miniature d’eternità, esse sembrano aprirsi un varco nel tempo.
E il Girasole gigante di Bartolomeo Bimbi, assai prima di Van Gogh, ne scruta da vicino i segreti della vita, del divino nella natura, mentre in un’altra tela cataloga le tipologie d’uva conosciute, per compiacere gli interessi botanici del suo patrocinatore Cosimo III de’ Medici. Ma sui savoiardi in primo piano dipinti da Berenz si è fermata una mosca golosa!
A custodire il tempo non sono solo le stelle nel cielo e gli orologi sulla terra: vi è anche la musica, che può rendere un attimo ancora più breve, oppure infinitamente lungo, come nelle fughe di Bach. Il ritmo del canto, il melodramma e l’oratorio.
Certo anche gli strumenti musicali sono soggetti a quell’eterna metamorfosi di cui parla Giordano Bruno: è il caso del liuto trasformato in mandola, per venire incontro ai cambiamenti delle armonie, ad opera di Stefano Franco (Firenze, Gallerie dell’Accademia).
E gli strumenti possono trovarsi anche fuori dal tempo della musica, appoggiati in modo precario su ripiani da cui sporgono – dunque, emblemi della vanitas umana – o accompagnati da armi preziose e mappamondi, quali testimonianze di un medesimo periodo storico. Il tempo dell’armonia non è quello della vita umana, in continua trasformazione; e la Venere che suona l’arpa di Giovanni Lanfranco, allegoria della musica, sembra uscire dal mito che l’ha eternata.