Il 12 marzo 1622, per la prima volta nella storia della chiesa di Roma, un papa (Gregorio XV) decideva di proclamare cinque santi in un’unica canonizzazione: il laico Isidoro Agricola, vissuto fra XI e XII secolo, patrono della città di Madrid, il cui culto era sostenuto dal re di Spagna Filippo IV, ma soprattutto quattro religiosi del Cinquecento, fautori e protagonisti della stagione della Riforma della Chiesa: Ignazio di Loyola,
fondatore della Compagnia di Gesù; il suo confratello Francesco Saverio, pioniere dell’evangelizzazione in estremo oriente;
Teresa d’Avila, mistica spagnola e fondatrice dell’ordine monastico delle Carmelitane;
Filippo Neri, sacerdote fiorentino cui si doveva a Roma la nascita della Congregazione dell’Oratorio.
Tale proclamazione seguiva di dodici anni quella dell’arcivescovo di Milano Carlo Borromeo, figura cardine del medesimo periodo. Al loro culto si sarebbe aggiunto presto quello di altri protagonisti del
rinnovamento religioso in tutta Europa: Tommaso di Villanova, Pietro d’Alcantara, Francesco di Sales, Gaetano da Thiene, Francesco Borgia, Maria Maddalena de’ Pazzi.
Se consideriamo che il numero dei santi proclamati dalla Chiesa fino all’istituzione della Congregazione dei Riti, nel 1588, era limitato agli apostoli e a qualche centinaio di altri testimoni della fede (in particolare i martiri del primo cristianesimo), il gran numero di nuove canonizzazioni corrispondeva ad un preciso intento strategico da
parte della Chiesa di Roma.
Il Cinquecento era stato il secolo in cui l’esistenza stessa dell’istituzione ecclesiale era stata messa in discussione dal protestantesimo, con la Riforma cattolica varata dal Concilio di Trento, la Chiesa romana immaginava una nuova rifondazione di sé stessa.
I santi, e in particolare quelli del recente passato, diventavano modelli di comportamento per la nuova cristianità: fondatori dei nuovi ordini religiosi, nuovi martiri, mistiche e santi della carità ne erano i modelli.
Accanto ad esse, grazie alle committenze religiose degli ordini antichi che si erano rinnovati (i francescani con la riforma dei Cappuccini, i Camaldolesi) si ripropongono in chiave nuova anche le figure dei grandi
santi del passato: Romualdo, Antonio da Padova, Francesco di Assisi tra tutti.
“Ars ut rhetorica”, anziché “ut poesis”: l’arte diventa strumento di catechesi in una descrizione funzionale al racconto. Il Busto di san Filippo Neri, limitato alla testa e alla stola attorno al collo, viene modellato in bronzo da Alessandro Algardi, prendendo spunto dalla maschera funeraria del santo conservata a Santa Maria in Vallicella a Roma, chiesa madre dell’ordine degli Oratoriani.
Lo scopo è quello di rinnovare la “presenza” del sacerdote, ritratto con un carattere vivido che stupisce ancora oggi. Il santo che per antonomasia aveva incarnato l’imitatio Christi, al punto da mutuarne per primo le stimmate, era stato Francesco di Assisi: nell’interpretazione data da Annibale Carracci, si supera il “quadro che racconta” a favore di una duplice messa in scena: una rappresentazione nella rappresentazione. Francesco sta mostrando all’osservatore Cristo crocifisso, apparso a lui nel deserto.
Francesco, dunque, condivide il miracolo con i fedeli che si rivolgono con devozione al dipinto. I temi ricorrenti sono particolarmente legati a una rilettura della figura centrale della fede cristiana, Gesù Cristo. Guido Reni concentrandosi sul solo volto del crocifisso (Cristo coronato di spine) ci restituisce, nell’intensità dolorante dell’immagine che volge lo sguardo verso il Padre, un duplice rapporto diretto: quello del dipinto, tra il Figlio e il Padre, e attraverso il dipinto quello tra il Figlio e lo spettatore.
La figura di Maria, la madre, viene sviluppata particolarmente nella sua maternità e nella sua purezza. Poi ci si rivolge agli episodi biblici noti o nei quali la pietà popolare si può riconoscere: Giacobbe piangente che riceve la tunica insanguinata dai fratelli di Giuseppe; Agar, Ismaele e l’angelo, immagini della Vergine col Bambino – valga ad esempio la stupenda tela di Orazio Gentileschi –, storie evangeliche famose come Cristo e la samaritana al pozzo (di Valentin de Boulogne), la Negazione di Pietro (qui nel capolavoro di Mattia Preti).
In questo contesto di devozione popolare emerge con insistenza anche la figura dell’angelo, soprattutto legata al tema della grazia e dell’infanzia: l’angelo custode. Le figure vengono ritratte spesso in modo molto realistico, tale da agevolare l’immedesimazione nelle scene da parte dell’osservatore, che quindi ne diventa implicitamente parte in causa.