Da sempre strumento di celebrazione del potere e suo status symbol, il ritratto diviene nel barocco genere diffuso sempre più capillarmente in modo da conservare e diffondere le fattezze dei protagonisti del tempo e permetterci oggi di conoscerne la personalità. A tal fine, anche la scelta degli artisti e di conseguenza dei modi in cui si voleva che la propria figura fosse diffusa si rivela strumento utile a esprimere indole e gusto. Non è solo per motivazioni campanilistiche se il bolognese Gregorio XV affiderà al Domenichino l’immagine ufficiale del suo pontificato che lo vede ritratto assieme al nipote Ludovico, potente cardinale e protettore illuminato degli artisti emiliani, su tutti il Guercino. Allo stesso tempo i Ludovisi, che avevano ricevuto dai Borghese il Ratto di Proserpina, incaricano Bernini di un busto in bronzo del pontefice regnante, noto in più versioni autografe. Gian Lorenzo, il cui talento precocissimo, cullato da Scipione era già giunto a maturazione al tempo di Paolo V, aveva conosciuto in quella corte Maffeo Barberini, futuro papa Urbano VIII. Fin da subito, raccontano i biografi, questo pontefice avrebbe cercato di legare il proprio nome al genio di Bernini, in breve divenuto l’artista di riferimento: “assai maggiore è la nostra fortuna” gli avrebbe confidato “che il cavalier Bernini viva nel nostro pontificato”. La sua effige è in mostra grazie a una tela di Abbatini, sodale di Bernini. Alla morte di Maffeo, l’elezione di Innocenzo X causò molti grattacapi a Bernini. Il ritratto più celebre del pontefice lo ha realizzato Velazquez, giunto questa seconda volta a Roma come inviato ufficiale di Filippo IV di Spagna. Solo una copia di quel capolavoro ha l’ingrato compito di rappresentare l’originale in mostra. Gaulli, geniale collaboratore di Bernini in pittura, ha firmato il bel ritratto di Clemente IX, da leggersi assieme alla tela meno intima e più schiettamente formale, dell’ancor giovane Carlo Maratta, pittore che si guadagnerà il ruolo di guida dell’ambiente artistico a Roma soprattutto dopo la scomparsa di Bernini nel 1680. Altri pittori si sarebbero specializzati nel genere, infaticabile fu Jacob Ferdinand Voet, il cui Innocenzo XI Odescalchi sembra bonario e in atteggiamento confidenziale. Se i papi e le loro corti sono i protagonisti assoluti della svolta barocca non ne sono gli unici. I loro ritratti ambientati prevedevano simboli religiosi e di sapienza, mentre spesso le teste coronate d’Europa volevano che gli artisti li paragonassero all’antico.